Ciao, sono Daniela. Dirigente d’azienda atipico, mentore in leadership e speaker ispirazionale.

Questo blog raccoglie le riflessioni di 25 anni di vita lavorativa sui temi che più mi affascinano:

- La motivazione, ovvero che cosa ti spinge (o non ti spinge o potrebbe spingerti) ad alzarti il lunedì mattina;
- L’efficacia, che sta al perfezionismo come un piatto di carbonara sta a una tartina al salmone quando muori di fame;
- La consapevolezza, che a volte si confonde con l’autostima, ma a differenza di quest’ultima non può mai essere in eccesso;
- La leadership, promettendo di non pubblicare mai alcuna vignetta sulla differenza tra un capo e un leader;
- Lo humour, perché due bicchieri di leggerezza al giorno puliscono l’organismo da cinismi e piagnistei.

Spero che ti piaccia e ti sia utile.

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Cosa ho imparato da mia figlia sulla leadership (repost) - Daniela Castegnaro
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Cosa ho imparato da mia figlia sulla leadership (repost)

Questa è una storia nella storia.

Storia numero uno. C’era una diciassettenne che amava la musica e i musical. Si mise in testa di adattare il copione di Grease e metterlo in scena. Quindi scrisse una lettera di motivazione che mandò ai presidi di diversi licei milanesi (quelli che avevano un teatro) che diceva più o meno così: ‘Mi chiamo Federica, faccio la IV liceo scientifico e frequento una scuola di musica, suono il piano da sette anni, ho fatto esibizioni e concerti e so cosa funziona su un palco e cosa no. Adoro Grease. Vorrei metterlo in scena con gli alunni del vostro liceo’. Un preside illuminato le ha dato fiducia e il mese scorso, alla prima, la compagnia dei 15 attori, il coro, i ballerini, i figuranti e la regista hanno avuto una standing ovation lunga 10 minuti.

Se vi raccontassi solo la storia numero uno vi racconterei di come passione, determinazione e duro lavoro possono fare miracoli, ma, benché elettrizzante per chi l’ha vissuta, non è diversa da tante altre storie di sudore e successo.

Invece vi voglio raccontare di come una diciassettenne si è trasformata in una leader e di quello che io, sua madre, ho imparato da lei.

Premetto che non ho seguito passo a passo la gestione di questo progetto e non ho interferito in alcun modo (nemmeno quando il rendimento scolastico di Federica è bruscamente calato) perché già da qualche anno lascio che mia figlia pian piano si assuma la responsabilità delle decisioni della sua vita: credo infatti che l’esperienza diretta e i propri errori insegnino più di qualunque ramanzina. In questi mesi ho osservato dalla distanza le studiate fino alle 4 del mattino, le occhiaie sempre più blu, le scatole di biscotti che sparivano dalla sera alla mattina.

Quando, dieci giorni prima dello spettacolo, si è ammalata di peritonite ed è stata operata d’urgenza, credo che abbia capito il senso della parola ‘priorità’. La propria salute, il proprio equilibrio non possono in alcun modo essere messi in secondo piano, nemmeno davanti al più entusiasmante progetto della propria vita, perché prima o poi presentano il conto, ed è molto salato.

E quando, una settimana dopo, è stata portata a braccia ad assistitere alle due prove generali, credo che abbia capito il senso della parola ‘teamwork’. La squadra aveva lavorato senza di lei in totale autonomia, gli ultimi intoppi erano stati risolti; tutta la compagnia, nutrita per mesi dall’entusiasmo e dall’instancabile energia della sua regista, nel momento di difficoltà si è compattata, responsabilizzata e ha dato il massimo. Questo è spirito di squadra.

A sipario calato, quando Federica e io ci siamo trovate a parlare per ore e ore (io, ammirata e commossa; lei, eccitata e commossa) e mi ha raccontato la summa di questa esperienza durata otto mesi, ho pensato che non potevo non condividerla.

In primo luogo perché è la più bella lezione sull’essenza della leadership che io abbia mai avuto.
In secondo luogo perché questa lezione mi è stata data da una inconsapevole, giovanissima maestra.

Si può essere leader senza arroganza e supponenza ma con semplicità e gentilezza; non serve il doppiopetto e la laurea in Bocconi per avere il diritto di raccontare come si porta un gruppo a ottenere risultati straordinari.

Fede, ti sono profondamente grata.

Sulla coerenza

“La cosa più difficile all’inizio è stata farmi ubbidire. Tutti gli attori avevano la mia età o giù di lì e all’inizio non ci conoscevamo. Le prime prove sono state un disastro: i ragazzi non studiavano le parti, ridevano sul palco, mi parlavano sopra mentre davo le spiegazioni… ho dovuto essere severa e pretendere professionalità. Ho cercato di far capire che così come io ci mettevo concentrazione, impegno e serietà, mi aspettavo lo stesso comportamento da loro. Dopo un mese o due le regole erano chiare e ho potuto rilassarmi e cominciare a scherzare. Si è creato un bel clima di collaborazione e la goliardia l’abbiamo tenuta per i momenti liberi.”

Sull’autorevolezza

“E’ stato importante fargli capire che sapevo quello che stavo facendo. Quando spiegavo loro come muoversi sul palco o che ‘intenzione’ dare alla battuta o quando insegnavo a Sandy le tecniche per far uscire la voce, vedevo che cominciavano a fidarsi perché ero competente. Naturalmente sono sempre stata aperta ai suggerimenti e un sacco di belle idee me le hanno date loro, ma non ho mai accettato un suggerimento che ritenevo sbagliato solo per farmi benvolere: anzi, se non ero convinta delle idee che proponevano, spiegavo loro il motivo e alla fine erano d’accordo con me.”

Sul far emergere il talento di ciascuno (e riforzarne l’autostima)

“E’ stato bellissimo capire i caratteri delle persone alle audizioni e assegnare loro le parti non solo in base alla bravura a recitare o a cantare ma anche in base alla somiglianza di personalità coi personaggi. Rizzo ad esempio è trasgressiva: fuma, va a letto col suo ragazzo, è sboccata. La ragazza che ho scelto come sua interprete era perfetta: anche lei è vivace, spiritosa ed ha un bel caratterino! Non avrebbe potuto avere la parte della protagonista (la timida e sdolcinata Sandy), anche se ne aveva le doti vocali. Lì per lì ci è rimasta un po’ male perché ci teneva, ma poi le ho spiegato che era importante che fossero tutti credibili e che la sua naturale sfrontatezza sarebbe stata perfetta per Rizzo.

Invece a quelli che non recitavano ho assegnato i compiti in linea con quello che sanno fare meglio, con i loro talenti. C’è chi è venuto già con le idee chiare tipo: voglio occuparmi delle scenografie o voglio fare da aiuto-regista. Chi invece è venuto per aiutare, ma senza sapere cosa fare, l’ha scoperto strada facendo. Così tutti hanno avuto modo di esprimersi al meglio. Sono fiera di ognuno di loro.”

“Alla fine la soddisfazione più grande sono state le decine e decine di messaggi che ho ricevuto dagli amici e persino dei genitori degli attori, che mi hanno tutti ringraziata di aver dato ai ragazzi più sicurezza in sé stessi, più autostima. Sai, alla nostra età è importante!” (sic)

Sul non mostrare incertezze

“Ci sono stati tantissimi problemi e intoppi. Ad esempio, all’inizio il teatro non era disponibile per le prove e dovevo trovare una location alternativa grande ma non costosa. Poi c’è stata la defezione di uno dei personaggi principali e ho dovuto cercare una sostituta in corsa. E ancora: la costruzione della scenografia di Grease Lightning con un’auto in scena (ce la siamo cavata con 4 copertoni usati e una sagoma in compensato), i sipari che non funzionavano (ne abbiamo fatto a meno), le scenografie da disegnare (invece le abbiamo proiettate)… La cosa principale era non far capire al resto del gruppo la mia preoccupazione mentre cercavo di risolvere i problemi: dovevo dare loro sicurezza. Sapere di tutte queste grane li avrebbe sicuramente demotivati e io invece volevo che ci credessero fino in fondo come ci credevo io.”

Sull’entusiasmo e la passione

“L’entusiasmo su questo progetto è stato contagioso. Da subito abbiamo avuto la partecipazione di qualche professore e dello stesso preside; dopo alcuni mesi di prove sono venuti ad aiutarci altri ragazzi e anche dei genitori. La collaborazione tra tutte queste persone ha fatto nascere idee e soluzioni anche più articolate e più belle di quelle che originariamente avevo messo nel copione.”
“E’ stato un vero lavoro di squadra, tutti volevano aiutare, c’era un clima bellissimo. Indimenticabile.”

Qui finisce la storia numero due.

La storia numero uno invece è finita con una standing ovation di 10 minuti, bis, mazzi di fiori e un numero imprecisato di mamme in lacrime (di cui una ancora adesso).

 

Questo post è stato scritto a giugno del 2016 per il blog di Accademia della Felicità. Non posso non pubblicarlo sul mio sito, è uno dei capitoli più importanti della mia storia di madre.

1 Comment
  • Elisabetta
    Rispondi ottobre 2, 2017 at 3:00 pm

    Grazie Federica.
    Dalle tue parole tanti spunti su cui riflettere per continuare al meglio il mio progetto di crescita personale.
    E Brava!!

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